Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità

Archivio mensile per ottobre, 2009

Salta anche tu sul Bhopal bus!

Dal 2 al 6 novembre passerà anche in Italia, con tappe a Parma, Milano e Roma, il Bhopal Bus Tour.bustour_20091019_02

Un vero e proprio autobus interattivo sta portando in giro per l’Europa una delegazione di sopravvissuti alla tragedia di Bhopal, i quali porteranno la loro testimonianza su quello che accadde e su tutte le conseguenze che ancora oggi la popolazione sta soffrendo, a distanza di 25 anni.

Nella notte tra il 2 ed il 3 dicembre del 1984, in una città dell’India centrale chiamata Bhopal, migliaia di tonnellate di sostanze chimiche letali fuoriuscirono sotto forma di nube tossica dall’impianto per la produzione di pesticidi della Union Carbide. Mezzo milione di persone esalò questi gas tossici, in pochi giorni ci furono tra le 7.000 e le 10.000 vittime ed altre 15.000 negli anni successivi.

Sono passati 25 anni da quella notte e l’area di Bhopal non è mai stata bonificata e dunque la gente continua a bere acqua contaminata, così come non sono mai stata condotte inchieste adeguate sull’incidente e sulle conseguenze che esso ha creato. I sopravvissuti non hanno ancora ricevuto un risarcimento equo e non vi è l’assistenza sanitaria adeguata per le 100.000 persone che a tutt’oggi continuano a subire gli effetti della contaminazione.

Dopo quattro anni dal disastro, la Union Carbide ed il governo indiano raggiunsero un accordo extragiudiziale per un risarcimento: dai 3,3 miliardi di dollari reclamati inizialmente dal governo indiano, si scende a 470 milioni di dollari. Al luglio del 2002 in tasca alle persone colpite arrivarono circa 500 dollari a testa: circa 0,07 centesimi di dollari al giorno per sostenere cure mediche, per sopperire alla perdita del lavoro, per andare avanti senza la possibilità di coltivare la terra ed allevare il bestiame.

Nel febbraio 2001 la Union Carbide è passata sotto il totale controllo della Dow Chemical Company, la quale continua a negare pubblicamente di non avere alcuna responsabilità per la fuoriuscita dei gas tossici e tutto ciò che ne è conseguito.

Amnesty International e Greenpeace appoggiano e collaborano con le due associazioni organizzatrici del Bhopal Bus Tour l’International Campaign for Justice in Bhopal ed il Bhopal Medical Appeal, per pretendere giustizia per chi, da 25 anni, lotta per la bonifica della terra, per il risarcimento delle vittime e l’accertamento delle responsabilità.

Amnesty International ha l’obiettivo di raccogliere 10,000 firme entro il 5 novembre da consegnare all’ambiasciata indiana.

Salta anche tu sul bus e pretendi dignità per le vittime di Bhopal!

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Il programma del “Bhopal bus tour”

Parma, 2 novembre

13,00 – 17,00 Piazza Giuseppe Garibaldi: i cittadini incontrano i sopravvissuti al disastro di Bhopal (in collaborazione con ParmaFrontiere).

Milano, 3 n

ovembre
12,00  Piazza Castello: incontro stampa a bordo del Bhopal bus
13,00 – 20,00  Via Luca Beltrami (di fronte al Castello): i cittadini incontrano i sopravvissuti al disastro di Bhopal.
21,00   Auditorium di Radio Popolare, via Ollearo 5: incontro pubblico e proiezione del film “The Yes Men Fix the World” di Andy Bichlbaum, Mike Bonanno e Kurt Engfehr (in  collaborazione con Cinemambiente).

Milano, 4 novembre
9,30     Incontro con la scuola I.C. Cardarelli Massaua, via Strozzi 11
18,00   Circolo ARCI “Cicco Simonetta”, via Simonetta: incontro pubblico e mostra fotografica di Raghu Ray (in collaborazione con ARCI Milano).

Roma,

5 novembre
17,00   Aula Magna della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre: convegno “Imprese, diritti umani e ambiente. La responsabilità delle imprese per l’impatto delle loro attività in India, Nigeria e Italia”, con la partecipazione, tra gli altri, di Giorgio Fornoni e Raffaele Guariniello (in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tre).

Roma, 6 novembre
11,00   Ambasciata dell’India, via XX settembre 5: manifestazione e richiesta d’incontro con l’Ambasciatore per la consegna di 10.000 petizioni a sostegno della richiesta di giustizia per le vittime di Bhopal.
14,00 – 18,00  Piazza della Repubblica: i cittadini incontrano i sopravvissuti al disastro di Bhopal
18,30   Galleria d’arte Love & Dissent, via Leonina 85: incontro pubblico e mostra fotografica di Alessandro Marongiu (in collaborazione con Love & Dissent).


Che sia o no San Valentino, mai regalare oro assassino

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Possedere quanto più oro possibile è sempre stato, in qualsiasi parte del mondo, segno di ricchezza e di potere.

La sete dell’oro ha scatenato spesso guerre e violenze. Basti pensare alla “scoperta”, conquista e colonizzazione delle Americhe all’inizio dell’Era Moderna.

Ancora oggi, l’oro continua ad avere la sua importanza. Quando i mercati azionari manifestano tutta la loro incertezza, molti investitori ricorrono a quello che è considerato il bene rifugio per antonomasia. Inoltre i gioielli, in cui l’oro viene prevalentemente impiegato, hanno sempre accompagnato gli eventi più importanti della vita sociale, dal matrimonio alla nascita dei figli per non parlare dei regali.

Ma quanti sanno cosa c’è dietro quel metallo che nell’immaginario collettivo rappresenta il bello, il sublime, la materia dei sogni?

Quanti sanno in che modo viene estratto oggi il prezioso metallo?

I tempi dei cercatori d’oro armati di setaccio che si accalcavano lungo i fiumi, celebrati in tanti film western sono decisamente tramontati. Oggi, come per tutte le attività produttive, anche per l’estrazione dell’oro si punta al massimo del profitto. Ma a quale prezzo?

Per saperlo è interessante analizzare le attività estrattive di una delle compagnie minerarie più grandi del mondo in materia di oro: la Gold Corp che con i suoi 9000 dipendenti opera nel continente americano dal Canada all’Argentina. Tale impresa multinazionale, attraverso la concessionaria Montana Exploradora, nel 2005 ha aperto la miniera Marlin in Guatemala che prevede l’estrazione di circa 6,4 tonnellate di oro annue per 10 anni. La miniera, prevalentemente a cielo aperto, occupa un territorio di circa 10 Km2 nei comuni di Sipakapa e San Miguel Ixaguacan nel dipartimento di San Marcos, sottratto in parte alla foresta ed in parte alle terre coltivate dai Maya. Con riferimento a queste ultime, la compagnia mineraria è accusata di esserne venuta in possesso ricorrendo in alcuni casi all’inganno o alle minacce.

Una volta acquisito il terreno, è iniziato lo scavo per portare alla luce le rocce che verranno successivamente triturate per individuare le vene aurifere. E’ stato calcolato che per ricavare un’oncia (28 grammi) di oro viene distrutta circa una tonnellata di roccia.

Dopo questa fase preliminare, il processo estrattivo prevede quella chemio-mineraria che consiste nell’immergere le rocce in grandi vasche con acqua e Cianuro di Sodio (NaCN) in modo da estrarre chimicamente il minerale dalle rocce mediante un processo denominato lisciviazione. In questa fase vengono utilizzati circa 250m3 di acqua all’ora arricchiti con Cianuro di Sodio per un totale di circa 6 tonnellate al giorno di tale composto tossico. L’acqua utilizzata viene poi riversa nel fiume Tzalá che scorre nei pressi della miniera.

Per studiare l’impatto ambientale della miniera Marlin, il ricercatore italiano Flaviano Bianchini si è recato in Guatemala sponsorizzato da una piccola ONG. Al termine di un anno di analisi, nel dicembre del 2006 Bianchini ha pubblicato un rapporto dal quale si evince che a monte della miniera l’acqua del fiume Tzalá è pressoché pura mentre a valle, a causa del drenaggio acido, risulta arricchita di sostanze nocive, tra cui metalli pesanti, la cui concentrazione supera per alcuni di essi i limiti imposti dalle norme sanitarie internazionali.

Ma quali danni arreca agli abitanti della zona la presenza di metalli pesanti nei fiumi?

Per rispondere a tale domanda, si può far riferimento ad un altro studio condotto sempre da Bianchini su di una miniera che è stata aperta più di sei anni fa. Tale miniera si trova in Honduras ed è la San Martín di proprietà della Minerales Entre Mares, anch’essa concessionaria della Gold Corp. Lo studio dimostra che nel villaggio di Nueva Palo Raro, nei cui pressi sorge la miniera, la mortalità infantile è 12 volte la media nazionale. Inoltre tra gli abitanti del villaggio vi un’alta percentuale di malattie che in altre parti dell’Honduras non compaiono tra le prime 10 cause di morte. Tra loro figurano gravi malformazioni ossee e malattie della pelle dovute all’ingerimento di metalli pesanti che, attraverso gli scarti di lavorazione della miniera, finiscono nella catena alimentare.

Tra i danni prodotti da una miniera non va sottovalutato l’enorme utilizzo d’acqua dovuto alla lavorazione del minerale che, in alcuni periodi dell’anno, porta ad un drastico abbassamento del livello dei fiumi. Con riferimento alla miniera Marlin, considerando che il consumo medio di acqua di un Maya che vive a Sipakapa o a San Miguel Ixaguacan è di circa 30 litri al giorno, l’impianto in attività consuma quattro volte i due villaggi e senza pagare alcuna bolletta. Inoltre per la legge attualmente in vigore in Guatemala, una miniera paga allo stato come diritto di concessione l’1% del proprio guadagno, calcolato sulla base di una dichiarazione giurata.

La presenza della miniera Marlin fin dalla sua nascita è stata motivo di tensioni sociali in Guatemala. Alcuni mesi prima della sua apertura, i cittadini di Sipakapa sono stati chiamati dalla municipalità ad esprimersi al riguardo con un referendum. La stragrande maggioranza dei votanti si espressa contro l’apertura della miniera ma la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il referendum non essendo di competenza comunale la materia in questione. Tale dichiarazione, però, contrasta con l’art. 15 della Convenzione 169 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che stabilisce che i popoli tribali hanno il diritto di essere consultati prima che lo stato inizi un programma di ricerca o sfruttamento di risorse all’interno del proprio territorio. Della vicenda si è occupato anche il cinema con il documentario “Sipakapa no se vende” del regista Alvaro Revenga che è stato presentato al Festival del Cinema Indigeno di Città del Messico ed a Cinemambiemte di Torino nel 2006.

Una miniera, quindi, non produce solo danni all’ambiente ed alla salute pubblica ma crea anche tensioni sociali. In Guatemala la repressione dello stato si è fatta sentire ovunque si manifestasse contro la miniera con cariche della polizia nei confronti dei dimostranti. Nel gennaio del 2005 nel corso di una azione di protesta per bloccare un camion che trasportava un enorme macchinario destinato alla miniera, la polizia è intervenuta causando un morto e 20 feriti. Talvolta è intervenuto anche l’esercito per sedare le manifestazioni di protesta in palese violazione degli accordi di pace del 1996 che prevedono l’uso di tale forza armata solo per difendere il paese da aggressioni esterne.

In Guatemala spesso gli ambientalisti vengono considerati eco-terroristi e coloro che si occupano di difesa dell’ambiente subiscono minacce ed attentati per i quali la polizia non fa mai abbastanza indagini. Anche il ricercatore Flaviano Bianchini ha subito minacce dopo aver pubblicato il suo lavoro sulla miniera Marlin e si è rivolto, come tanti, ad Amnesty International che ha avviato un’azione in suo favore.

Quest’anno in particolare, Amnesty International, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti umani sta portando avanti una campagna in favore di quelle persone che considera difensori dei diritti umani. Per loro chiede che vengano avviate indagini immediate, imparziali ed esaustive, che vengano identificati i responsabili e che vengano portati di fronte alla giustizia.

Ma le battaglie portate avanti dai difensori dei diritti umani hanno iniziato a dare i loro risultati. Nell’ottobre del 2006 in Honduras la Corte Suprema di Giustizia ha dichiarato incostituzionali 13 articoli della legge mineraria attualmente in vigore ed ha sospeso la richiesta di nuove concessioni in attesa di una nuova legge, impedendo così l’apertura di 350 miniere. La stessa corte, nel giugno dell’anno successivo ha comminato una pesante multa alla Minerales Entre Mares per i danni ambientali causati dalla miniera San Martín che, in conseguenza di ciò, è stata chiusa.

Oggi i danni ambientali causati dalle miniere d’oro stanno diventano sempre più oggetto di studio e di discussione.

In occasione del terzo Forum Sociale delle Americhe tenutosi all’Università San Carlos a Città del Guatemala dal 7 all’11 ottobre 2008, il Tribunale Permanente dei Popoli ha espresso parole di condanna nei confronti di alcune imprese transnazionali di Europa, Stati Uniti e Canada operanti in Centro America che sfruttano in maniera irrazionale le risorse minerarie, contaminano il suolo e le acque, usano pesticidi dannosi alla salute umana, facendo in tal modo scempio di quella che è considerata la “madre terra”. Tra tali imprese compare anche la Gold Corp, accusata di sfruttamento minerario che produce inquinamento ambientale, contaminazione delle fonti d’acqua a causa di prodotti chimici, esplosioni sotterranee che provocano danni alle case degli abitanti della zona, appropriazione di terreni della comunità mediante inganno o minacce.

Sta di fatto che il Tribunale Permanete dei Popoli ha solo un valore morale e non può emettere sanzioni. Però le sue considerazioni possono fare riflettere i cittadini di tutto il mondo che sono anche consumatori.

A differenza dei diamanti, per i quali esiste il metodo Kimberley per stabilirne la provenienza, per l’oro non esiste un processo di tracciabilità. Ciò significa che, allo stato attuale, non si può avere la certezza che un gioiello non contenga oro ricavato con tecniche che danneggino l’ambiente e la salute pubblica.

Allora per il consumatore si pone un serio problema di coscienza.

Ragionandoci su, è facile concludere che senza oro si può vivere benissimo, in un pianeta inquinato, invece, si vive molto male.

(http://www.peacelink.it/latina/a/28601.html)

Franco Mazzarella
Coordinamento America Latina
Amnesty International
Sezione Italiana

A Felipe Arreaga, uomo nato libero

In memoria di Felipe Arreaga Sánchez, campesino messicano premio nobel per l’ambiente Chico Mendes


Felipe Arreaga è morto il 16 settembre 2009. Campesino messicano ha dedicato la sua vita a proteggere i boschi della Sierra di Petatlán, nello stato del Guerrero. Era un attivista ecologista, difensore dei diritti umani, chiedeva il rispetto delle leggi per la tutela del territorio dove era nato, colpito dallo sproporzionato sfruttamento da parte delle industrie madereras, le industrie del legno.

E’ stato vittima di un incidente stradale, l’autista del veicolo pubblico che l’ha travolto si è dato alla fuga. Ad oggi non è ancora chiara la dinamica dei fatti. Le ONG locali temono che si tratti dell’ennesimo caso da aggiungere alla lunga lista di omicidi impuntiti di attivisti sociali, ambientalisti, leader di comunità, sindacalisti, attivisti dei diritti umani, giornalisti, che avvengono in Messico.

Sconcerto, rabbia, cordoglio. Riascolto la cassetta su cui è registrata un’intervista rilasciata mentre eravamo in viaggio in treno, durante il suo tour di testimonianza in Italia nell’aprile 2006. Si tratta in effetti di una lunga, intensa chiacchierata.

“La vita è come il corso di un rio (fiume). Come l’acqua che nel rio incontra ostacoli come anse, ripide, massi, così nella vita ci sono problemi come povertà, malattie. Il rio, il cammino che stiamo affrontando è la nostra vita. Se sappiamo nuotare seguendo la giusta corrente ci possiamo salvare. Ma se andiamo contro la corrente, contro la natura, sbatteremo duramente contro la roccia: odio, guerre, mattanze, sfruttamento della terra, avvelenamento dell’acqua. Stiamo ammazzando noi stessi, stiamo generando morte.”

Felippe Arreaga Sanchez, nato il 17 maggio del 1949, riceve nel 2005 il premio nobel per l’ambiente Chico Mendes per il suo coraggio e determinazione nella difesa dei boschi.

Cappello sul capo e un bagaglio leggerissimo per il suo viaggio di testimonianza in Europa.

Mi spiega che il suo bagaglio contiene poche cose, perché lui è un contadino povero. E lo dice con la massima naturalezza, sorridendo con occhi sinceri e attenti.

“La vita è di tutti, senza distinzioni di credo, colore di pelle, partito politico. Penso che anche l’intero ecosistema abbia il diritto di vivere. Hanno diritto di vivere tutti gli animali che si stanno estinguendo nei boschi. Perché questa distruzione? Per avere oro e denaro?”.

La voce di Felipe Arreaga è dolce e allo stesso tempo decisa, le parole semplici ma potenti. Racconta della sua vita. L’infanzia serena a contatto con la terra, i monti, i boschi, poi gli anni ‘70 e l’arrivo delle imprese madereras, le rivendicazioni negli anni ’80, degli ejidos nei confronti del governo, di infrastrutture, servizi basilari come scuole, servizi sanitari, strade.

“Chiedevamo anche tecnici per insegnarci a tagliare, lavorare il legno per poterlo vendere al prezzo che valeva, dato che lo stavamo praticamente regalando. Il governo, che detiene le leggi, di tutta risposta ci mandò i militari. Iniziò l’ostigamento, la persecuzione, le minacce di morte.”

Felipe Arreaga, Roma maggio 2006 - copyright AI

Felipe Arreaga, Roma maggio 2006 - copyright AI

E mi chiedo quanto sia imprevedibile e prepotente il suo destino. Un contadino che avrebbe condotto volentieri un’anonima vita tranquilla, coltivando la sua terra con la sua famiglia, invece costretto alla lotta per rivendicare i diritti negati alla sua terra, alla sua gente, ai suoi figli e nipoti. Un contadino dell’America Latina con nessuna velleità di girare il mondo, che si ritrova in Europa a testimoniare, a cercare solidarietà, a parlare con ministri, politici, giornalisti, attivisti, studenti.

Nasconde la fatica del viaggio, la malinconia e il timore per la sua famiglia lontana. Ringrazia con un largo sorriso chi lo ascolta.

Spiega come all’inizio i suoi compagni non lo seguivano perché non credevano a quello che diceva: che l’acqua sarebbe diminuita drasticamente nel corso di cinque, sei, sette anni a causa del taglio dei boschi, mettendo così in crisi l’intero ecosistema e la loro stessa sopravvivenza. I fatti purtroppo gli hanno dato ragione.

“L’acqua è vita. L’acqua, la pioggia sono la benedizione di dio. Sono contento che ora i miei figli hanno capito che la mia lotta ha una ragione.”

Felipe Arreaga è tra i fondatori della Organización de Campesinos Ecologista de la Sierra de Petatlán (OCESP). Nel 1998 appoggia attivamente la campagna non violenta contro lo sfruttamento irrazionale e illegale delle foreste da parte dell’impresa Boise Casade.

Durante la campagna alcuni attivisti di OCESP sono stati assassinati. Rodolfo Montiel, il presidente, e Teodoro Cabrera, un altro attivista, sono stati incarcerati. Verranno rilasciati nel 2001 perché innocenti grazie alla mobilitazione nazionale e internazionale delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

Felipe Arreaga per timore della sua incolumità si nasconde sui monti.

“Sono stato otto mesi nascosto nel bosco, in una caverna profonda. I militari mi stavano dando la caccia. Ho vissuto in condizioni molto difficili, mi nutrivo di radici, arbusti e del pane che alcuni compagni riuscivano a portarmi una volta la settimana. Dobbiamo lottare con umiltà e mente ben fredda per poter perdonare tutto questo”.

Felipe Arreaga è stato un uomo di pace, contrario all’uso delle armi. “Io sono contrario all’uso delle armi. Mia madre è stata vittima delle armi, non le posso accettare. Io lotto per la vita, non per la morte”.

Nel 2000 fonda con la moglie Celsa Valdovinos l’Organización de Mujieres Ecologistas de la Sierra de Petatlán, OMESP.

“Ho conosciuto mia moglie nel 1967/68. Nel 1970 mi sono sposato. Era ed è molto carina. Come me ama le piante, la natura. E’ una gran lavoratrice. La lascio molto libera, la donna non deve essere schiava del proprio uomo. Lei ha una profonda coscienza dei propri diritti. Abbiamo sei figli e 14 nipotini.” Sorride.

Tra i vari progetti dell’associazione OMESP c’è quello della riforestazione per lo sviluppo di un nuovo bosco. Il progetto è iniziato nel 2003 con la semina di 146.000 cedri rossi.

Nel novembre 2004 Felipe Arreaga viene incarcerato con l’accusa dell’omicidio, avvenuto nel 1998, del figlio del potente boss locale dell’industria del legno, Bernardino Bautista. Istruire procedimenti giudiziari in base a accuse appositamente fabbricate è uno dei mezzi usati dal governo per togliere di mezzo i leader delle comunità “scomodi”.

“Ero rinchiuso in una cella di 2,5 metri per 3,5 metri con altri detenuti. Queste celle arrivavano a contenere anche 20 detenuti alla volta. In alcuni momenti avevamo 40 cm di spazio ciascuno. Soffrivamo la fame, ma soprattutto la sete. Ho sofferto parecchio. I detenuti vengono portati alla disperazione, ad ammazzarsi per una tortilla, per un goccio di acqua. La gente non sa delle condizioni dei carceri. Io davvero non immaginavo.”

La mobilitazione in favore del suo rilascio immediato e incondizionato avviene sia a livello nazionale che internazionale per opera di diverse ONG. Amnesty International lo adotta come prigioniero di coscienza nel 2005.

Viene rilasciato dopo 10 mesi di prigione per mancanza di prove a suo carico. Al suo rilascio pubblica una lettera aperta di ringraziamento rivolta a tutti coloro che si sono battuti per la sua liberazione. Ribadisce che continuerà nella sua difesa dell’ecosistema.

“State sicuri che la mia lotta non si arresterà e che potete contare su di me. Io continuerò a camminare per la sierra e a predicare a favore dei diritti umani e per un ambiente sano. Lavorerò a fianco di mia moglie, curando i boschi e conservando gli alberi, il che equivale a conservare l’acqua”. Si firma “FELIPE ARREAGA SANCHEZ, HOMBRE LIBRE, COME NACI’”.

“Penso che gli appelli di Amnesty International siano serviti. Hanno infastidito molto le autorità locali, municipali, statali e federali. Si arrabbiavamo molto e dicevano “Cosa ne sanno loro di quello che succede qua. Non riceviamo ordini dall’esterno.”

Felipe Arreaga, le sue parole, i suoi gesti, le sue mani, il suo cappello: la grandezza dell’umiltà che apre  la mente e colma il cuore, l’umiltà che ignora i pensieri e i gesti futili, che si incunea nel profondo, nel cuore della vita e dei veri valori, delle scelte forti.

Io so di correre dei rischi. Rischio di perdere la vita. Ho tanti amici che mi invitano a rimanere all’estero. Sì, so di correre rischi perché colpisco degli interessi economici. Quando mi invitano a parlare nelle scuole e nelle conferenze parlo di una cosa: parlo di quello che tengo nel cuore. Se dentro hai amore parli di amore, se tieni odio o desideri violenza di questo parla la tua bocca. Chiedo di parlare perché è necessario. La gente deve prendere coscienza. So che il nemico è gigantesco. Un giorno un deputato dell’Unione Europea mi ha detto “Tu sei un maestro”. Io gli ho risposto che non sono maestro di nulla. Semplicemente lotto per la vita”.

Difficile trovare parole giuste per onorare la sua umanità il suo coraggio. E’ stato un maestro di vita. La sua testimonianza, il suo ricordo, il suo esempio gli sopravvivono; la sua lotta pacifica e testarda continua per opera di altri.

Una coincidenza incuriosisce, anche per un destino imprevedibile e prepotente: Felipe Arreaga viene investito e muore il 16 settembre 2009, esattamente quattro anni prima, il 15 settembre 2005, veniva rilasciato dalla prigione dove era stato ingiustamente rinchiuso.

Monica Mazzoleni

coord.americalatina@amnesty.it

(Pubblicato il 25 ottobre 2009 su http://www.peacelink.it/latina/a/30406.html)

Messico: ancora impunità per i fatti di Atenco

Deludente la decisione di FEVIMTRA di declinare la sua competenza sul caso Atenco, la Procura Generale della Repubblica dello Stato del Messico deve rispondere alle domande delle vittime.

Il 28 settembre 2009, Amnesty International ha espresso il suo disappunto riguardo la decisione della “Fiscalia Especial Para Delitos de Violencia contra Las Mujeres y Trata de Personas” (FEVIMTRA) di declinare la sua competenza riguardo il caso di abuso sessuale di almeno 26 donne per opera della polizia in San Salvator Atenco nel 2006, nonostante abbia identificato 34 elementi delle forze di sicurezza statale come responsabili.

Il 3 e 4 maggio 2006 più di 2.500 agenti di polizia federale, statale e municipale parteciparono ad un’operazione per porre fine alle proteste della organizzazione campesina “Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra” (FPDT) in Texcoco e San Salvator Atenco. L’operazione di polizia portò alla detenzione di 207 persone, la morte di due civili, decine di manifestanti e agenti di polizia feriti e alcuni agenti di polizia trattenuti in ostaggio.

Amnesty International denuncia il fatto che dopo tre anni di indagini FEVIMTRA non si è dimostrata capace di esercitare azione penale contro i responsabili e abbia rimandato il caso alla Procura Generale di Giustizia dello Stato del Messico, la stessa autorità che si è rifiutata di procedere contro i responsabili durante tutto questo periodo.

Amnesty International sostiene che ancora una volta il sistema di giustizia penale in Messico pare incapace di garantire giustizia alle vittime di violazione dei diritti umani.

Questa disperata situazione ha spinto le vittime sopravvissute alle violenzi a rivolgersi alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.

Amnesty International sostiene che le autorità federali e statali hanno la responsabilità di garantire che questo caso non sia come tanti altri per i quali risulta che le autorità non hanno fatto fronte alla loro responsabilità di garantire alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani.

L’organizzazione sollecita con urgenza il nuovo Procuratore Generale della Repubblica a dimostrare che realmente è impegnato nella difesa dei diritti umani indagando in modo efficace e senza ritardo tutti i funzionari federali implicati nelle violazioni dei diritti umani commessi nel maggio 2006.

Inoltre, sostiene Amnesty International, la Procura Generale di Giustizia dello Stato del Messico deve rispondere alle richieste delle vittime e porre fine a questa ingiustizia, garantendo la dovuta riparazione del danno.

Fonte: Comunicato Stampa Amnesty International – 28 settembre 2009.

Monica Mazzoleni

coord.americalatina@amnesty.it