Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità

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Guatemala che succede?

Presentazione del documentario “Historia de Guatemala” con Dante Liano.

26 novembre 2009. Interessante serata ieri alla Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni (MI) dove è stato presentato il documentario “Historia de Guatemala” prodotto dai giovani registi Anna Miranda Recalde e Nicola Brignani.

Oltre a Nicola Brignani era presente il Prof. Dante Liano, scrittore guatemalteco, docente di letteratura ispanoamericana che ha presentato e commentato il documentario iniziando dall’affermazione che l’America Latina è oggi un interessante laboratorio di quello che può succedere ovunque nel mondo.

copyright Katoki

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A gestire la serata Felice Cagliani, Presidente del Consiglio comunale, che ha ribadito con forza la sua convinzione che la paura verso l’altro e il diverso si sconfigge con il dialogo, il confronto e la conoscenza.

Il documentario “Historia de Guatemala” è espressione di un viaggio alla ricerca dei veri volti del Guatemala. Volti e testimonianze di abuso dei diritti umani e della resistenza pacifica degli indios.

Una resistenza che ha sopportato la guerra interna, iniziata nel 1954 con un colpo di stato in cui la multinazionale Unted Fruit Company ha avuto un ruolo importante, e terminata nel 1996 con gli accordi di pace. Dante Liano ricorda che si è tratta di una guerra dichiarata dallo stato. Una guerra che ha prodotto 200.000 morti, 400 villaggi scomparsi, cioè villaggi letteralmente rasi al suolo dai militari che hanno ucciso uomini, donne, bambini, anche animali, 40.000 desaparecidos, più  dei desaparecidos argentini, 1.000.000 sfollati fuggiti sulle montagne, 500.000 rifugianti in Messico.

Secondo la Commissione per la verità le forze del governo e i paramilitari furono responsabili del 90% delle violazioni di diritti umani avvenuti durante la guerra. L’Onu ha definito tutto questo genocidio.

Gli accordi di pace prevedevano la consegna delle armi da parte dell’opposizione, in cambio il governo si impegnava a rispettare i diritti delle popolazioni indigene, a ridimensionare il potere dell’esercito, si impegnava nella lotta contro l’estrema povertà, la fame, l’analfabetismo, e dichiarava l’impegno ad adottare finalmente un riforma agraria per una più equa distribuzione della terra.

L’opposizione ha deposto le armi, ma dopo più di dieci anni il governo guatemalteco non ha mantenuto alcuna promessa.

L’oligarchia guatemalteca è uscita rafforzata dalla guerra, mentre gli indios non hanno visto cambiare la loro situazione di emarginazione e ingiustizia sociale.

Dante Liano  ha voluto ricordare anche i progressi nella storia Guatemalteca degli ultimi anni.

Innanzitutto l’esistenza di elezioni democratiche che hanno prodotto governi di stampo progressista. La società civile si è rafforzata e sono sorte molte ONG.

Il  popolo maya, che rappresenta il 60% dei quasi 13 milioni di abitanti nel Guatemala,  è ormai conscio dei suoi diritti, pronto a combattere senza armi per il loro raggiungimento.

Questa coscienza è  come una forza “naturale” destinata, dice Dante Liano, a far diventare il Guatemala, entro alcuni anni,  un paese indio come lo è per esempio la Bolivia.

Importanti anche le commissioni della memoria storica: la tragedia della guerra è ormai un dato acquisito. Comunque tutti i colpevoli delle atroci violazioni dei diritti umani rimangono impuniti e vivono una vita senza paure. Molti seggono addirittura al parlamento. Uno tra questi è il generale Efrain Rios Montt  responsabile della morte di almeno 25.000 persone.

Positivo anche un nuovo movimento ecologista molto forte che si oppone alla devastazione del paese. Come esempio dell’attivismo di questo movimento Dante Liano ricorda la campagna per salvare il lago di Atitlan dall’inquinamento prodotto dagli scarichi degli alberghi.

I lati negativi si esprimono soprattutto nella sostanziale debolezza dello Stato. Gli accordi di pace su cui fonda lo stato guatemalteco sono stati presi tra l’oligarchia, l’esercito e l’opposizione. Non è stato un accordo sociale condiviso da tutti gli strati sociali guatemaltechi.

L’oligarchia tradizionalmente terriera si occupa ora di cemento e finanza. Le nuove élite sono di estrema destra e sostengono con forza il liberismo: sono convinti che una società funzioni bene quando il mercato viene lasciato libero di operare da solo. E questo anche alla luce dei fatti dei questi ultimi tempi, quando la crisi mondiale ha messo seriamente in discussione questo principio.

Dante Liano dice inoltre che ha avuto modo di parlare con alcuni membri dell’oligarchia guatemalteca. Ha constatato che non hanno il senso dello stato e non pensano al bene del paese, pensano semplicemente ai loro profitti.

Altri aspetti negativi sono i poteri paralleli allo stato: il potere dei capi mafiosi che controllano la droga, il traffico degli esseri umani (migranti verso il nord), il traffico dei bambini, il traffico di organi umani, i traffici di opere d’arte maya.

I nuovi ricchi, gli ex militari che si sono riciclati in attività criminali, afferma Dante Liano, sono meglio armati dello stato. Ricorda inoltre che il 97% crimini commessi in Guatemala rimante impunito. Tutto ciò fa crescere nella popolazione un reale senso di insicurezza.

L’ONU è intervenuta sul fronte al problema della giustizia creando la “Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala” CICICG. Un organismo, al di sopra della magistratura, creato per combattere  e chiarire i delitti più importanti.

Un altro elemento negativo: la rigidità della mobilità sociale che impedisce il dialogo tra le classi sociali che rimangono sempre più divise mentre la disuguaglianza aumenta.

Altro elemento negativo sono le multinazionali che sfruttano le ricchezze del paese con l’appoggio della politica. Un esempio, riportato anche dal video, è l’impresa mineraria Montana Exploradora che estrae oro in Sipakapa. Il 99% dei profitti vanno alla multinazionale, il resto rimane allo stato.

La produzione richiede moltissima acqua che la multinazionale prende dal fiume che ha dato da vivere alle popolazioni indigene maya. Ora l’acqua scarseggia per gli abitanti di quella regione e presenta fortissime tracce di minerali pesanti che sono molto nocivi alla salute.

Non ultimo il problema dei femminicidi. Una cruenta violenza sulle donne va sviluppandosi in Guatemala, in maniera addirittura maggiore di quella che avviene a Ciudad Juárez in Messico, considerata la città più pericolosa per le donne nel mondo. Ma tutto passa sotto silenzio, i media non ne parlano.  Si tratta di una violenza cronica.  Si dà la colpa al machismo e alle marras, gruppi di criminalità giovanile.  Un ragazzo che vuole entrare nelle marras deve dimostrare di essere abbastanza feroce, deve dimostrare di avere il coraggio di uccidere una donna, meglio ancora se la donna di un rivale, o addirittura la sua donna.

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Nicola Brignani, Felice Cagliani, Dante Liano. 25.11.2009

Dante Liano sostiene che i responsabili ultimi non sono i giovani ragazzi, ma i capi mafiosi che hanno il controllo del territorio.

Il punto è che chi si oppone alle ingiustizie rischia di morire. L’unico riferimento per le persone che si oppongono alle ingiustizie e chiedono il rispetto dei loro diritti e della legge  è rimasta la Chiesa.

La Chiesa rappresentata dal Mons. Alvaro Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos in Guatemala, già presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, anche lui fatto oggetto di minacce di morte. Il Mons. Alvaro Ramizzini da tempo porta avanti la battaglia per la giustizia intrapresa fin dall’inizio dal Vescovo Juan José Gerardi Conedera trucidato due giorni dopo la pubblicazione del rapporto “Nunca más” avvenuta il 25 aprile 2009. Rapporto che raccoglie le terribili testimonianze degli orrori della guerra civile.

Il video “Historida de Guatemala”  mostra i volti di un popolo che cerca di vivere una vita dignitosa nella povertà, un popolo che resiste alle ingiustizie, all’impunità, alle violazioni dei suoi diritti.

Rimane impresso lo sguardo stupito, impaurito di una piccola bimba, di forse quattro anni, vestita con il tradizionale vestito coloratissimo maya. Guarda sua madre e l’ascolta parlare. Si trovano insieme ad altri indigeni e si raccontano la loro personale esperienza della guerra. La donna, con il volto segnato da una vita fatta di fatiche, parla degli abusi commessi dai militari, ricorda come davanti a lei uccidevano uomini e donne, vecchi e bambini. E ricorda come  lei si sia salvata perché il prete della comunità aveva chiesto pietà e offerto agli assassini  cibo.

Si ha l’impressione che la bimba sebbene non riesca a capire a fondo il senso del discorso,  colga l’estrema durezza delle parole e senta lo sconvolgimento dell’animo della madre nel ricordare ciò che non si può più dimenticare. Altre donne hanno lacrime agli occhi, sono evidentemente commesse.

Sempre nel video un giornalista che ricorda che ci sono documenti  in cui si danno istruzioni ai militari: avevano l’ordine di non usare le armi per uccidere i bambini sotto i quattro anni per risparmiare sul costo dei proiettili. I bambini, sta scritto nero su bianco, dovevano essere presi per i piedi e si doveva far sbattere loro la testa contro il muro.

Appaiono i volti e le testimonianze di Mario Cardenas e sua moglie Micaela, della Cooperativa Katoki.  Difensori dei diritti umani più volte minacciati di morte. Ascoltiamo Micaela raccontare di quel giorno, quando hanno trovato i muri del centro educativo Monte Cristo imbrattati di sangue, con impronte di mani  e inequivocabili minacce di morte. Ma loro continuano il loro progetto dove elemento importante è l’alfabetizzazione dei bambini e ragazzi.

Dante Liano afferma che sono martiri civili, e che fino a quando ci saranno questi martiri civili, come Mario Cardenas e sua moglie, ci sarà speranza per il Guatemala.

Alla domanda che fare dall’Italia per supportare la popolazione guatemalteca, la risposta immediata dall’Associazione Ains onlus di Pavia che ha organizzato la serata.

Monica Mazzoleni – coord.americalatina@amnesty.it

Associazione Ains Onlus: ainsonlus.blog.com

Cooperativa Katoki: www.katoki.org

Che sia o no San Valentino, mai regalare oro assassino

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Possedere quanto più oro possibile è sempre stato, in qualsiasi parte del mondo, segno di ricchezza e di potere.

La sete dell’oro ha scatenato spesso guerre e violenze. Basti pensare alla “scoperta”, conquista e colonizzazione delle Americhe all’inizio dell’Era Moderna.

Ancora oggi, l’oro continua ad avere la sua importanza. Quando i mercati azionari manifestano tutta la loro incertezza, molti investitori ricorrono a quello che è considerato il bene rifugio per antonomasia. Inoltre i gioielli, in cui l’oro viene prevalentemente impiegato, hanno sempre accompagnato gli eventi più importanti della vita sociale, dal matrimonio alla nascita dei figli per non parlare dei regali.

Ma quanti sanno cosa c’è dietro quel metallo che nell’immaginario collettivo rappresenta il bello, il sublime, la materia dei sogni?

Quanti sanno in che modo viene estratto oggi il prezioso metallo?

I tempi dei cercatori d’oro armati di setaccio che si accalcavano lungo i fiumi, celebrati in tanti film western sono decisamente tramontati. Oggi, come per tutte le attività produttive, anche per l’estrazione dell’oro si punta al massimo del profitto. Ma a quale prezzo?

Per saperlo è interessante analizzare le attività estrattive di una delle compagnie minerarie più grandi del mondo in materia di oro: la Gold Corp che con i suoi 9000 dipendenti opera nel continente americano dal Canada all’Argentina. Tale impresa multinazionale, attraverso la concessionaria Montana Exploradora, nel 2005 ha aperto la miniera Marlin in Guatemala che prevede l’estrazione di circa 6,4 tonnellate di oro annue per 10 anni. La miniera, prevalentemente a cielo aperto, occupa un territorio di circa 10 Km2 nei comuni di Sipakapa e San Miguel Ixaguacan nel dipartimento di San Marcos, sottratto in parte alla foresta ed in parte alle terre coltivate dai Maya. Con riferimento a queste ultime, la compagnia mineraria è accusata di esserne venuta in possesso ricorrendo in alcuni casi all’inganno o alle minacce.

Una volta acquisito il terreno, è iniziato lo scavo per portare alla luce le rocce che verranno successivamente triturate per individuare le vene aurifere. E’ stato calcolato che per ricavare un’oncia (28 grammi) di oro viene distrutta circa una tonnellata di roccia.

Dopo questa fase preliminare, il processo estrattivo prevede quella chemio-mineraria che consiste nell’immergere le rocce in grandi vasche con acqua e Cianuro di Sodio (NaCN) in modo da estrarre chimicamente il minerale dalle rocce mediante un processo denominato lisciviazione. In questa fase vengono utilizzati circa 250m3 di acqua all’ora arricchiti con Cianuro di Sodio per un totale di circa 6 tonnellate al giorno di tale composto tossico. L’acqua utilizzata viene poi riversa nel fiume Tzalá che scorre nei pressi della miniera.

Per studiare l’impatto ambientale della miniera Marlin, il ricercatore italiano Flaviano Bianchini si è recato in Guatemala sponsorizzato da una piccola ONG. Al termine di un anno di analisi, nel dicembre del 2006 Bianchini ha pubblicato un rapporto dal quale si evince che a monte della miniera l’acqua del fiume Tzalá è pressoché pura mentre a valle, a causa del drenaggio acido, risulta arricchita di sostanze nocive, tra cui metalli pesanti, la cui concentrazione supera per alcuni di essi i limiti imposti dalle norme sanitarie internazionali.

Ma quali danni arreca agli abitanti della zona la presenza di metalli pesanti nei fiumi?

Per rispondere a tale domanda, si può far riferimento ad un altro studio condotto sempre da Bianchini su di una miniera che è stata aperta più di sei anni fa. Tale miniera si trova in Honduras ed è la San Martín di proprietà della Minerales Entre Mares, anch’essa concessionaria della Gold Corp. Lo studio dimostra che nel villaggio di Nueva Palo Raro, nei cui pressi sorge la miniera, la mortalità infantile è 12 volte la media nazionale. Inoltre tra gli abitanti del villaggio vi un’alta percentuale di malattie che in altre parti dell’Honduras non compaiono tra le prime 10 cause di morte. Tra loro figurano gravi malformazioni ossee e malattie della pelle dovute all’ingerimento di metalli pesanti che, attraverso gli scarti di lavorazione della miniera, finiscono nella catena alimentare.

Tra i danni prodotti da una miniera non va sottovalutato l’enorme utilizzo d’acqua dovuto alla lavorazione del minerale che, in alcuni periodi dell’anno, porta ad un drastico abbassamento del livello dei fiumi. Con riferimento alla miniera Marlin, considerando che il consumo medio di acqua di un Maya che vive a Sipakapa o a San Miguel Ixaguacan è di circa 30 litri al giorno, l’impianto in attività consuma quattro volte i due villaggi e senza pagare alcuna bolletta. Inoltre per la legge attualmente in vigore in Guatemala, una miniera paga allo stato come diritto di concessione l’1% del proprio guadagno, calcolato sulla base di una dichiarazione giurata.

La presenza della miniera Marlin fin dalla sua nascita è stata motivo di tensioni sociali in Guatemala. Alcuni mesi prima della sua apertura, i cittadini di Sipakapa sono stati chiamati dalla municipalità ad esprimersi al riguardo con un referendum. La stragrande maggioranza dei votanti si espressa contro l’apertura della miniera ma la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il referendum non essendo di competenza comunale la materia in questione. Tale dichiarazione, però, contrasta con l’art. 15 della Convenzione 169 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che stabilisce che i popoli tribali hanno il diritto di essere consultati prima che lo stato inizi un programma di ricerca o sfruttamento di risorse all’interno del proprio territorio. Della vicenda si è occupato anche il cinema con il documentario “Sipakapa no se vende” del regista Alvaro Revenga che è stato presentato al Festival del Cinema Indigeno di Città del Messico ed a Cinemambiemte di Torino nel 2006.

Una miniera, quindi, non produce solo danni all’ambiente ed alla salute pubblica ma crea anche tensioni sociali. In Guatemala la repressione dello stato si è fatta sentire ovunque si manifestasse contro la miniera con cariche della polizia nei confronti dei dimostranti. Nel gennaio del 2005 nel corso di una azione di protesta per bloccare un camion che trasportava un enorme macchinario destinato alla miniera, la polizia è intervenuta causando un morto e 20 feriti. Talvolta è intervenuto anche l’esercito per sedare le manifestazioni di protesta in palese violazione degli accordi di pace del 1996 che prevedono l’uso di tale forza armata solo per difendere il paese da aggressioni esterne.

In Guatemala spesso gli ambientalisti vengono considerati eco-terroristi e coloro che si occupano di difesa dell’ambiente subiscono minacce ed attentati per i quali la polizia non fa mai abbastanza indagini. Anche il ricercatore Flaviano Bianchini ha subito minacce dopo aver pubblicato il suo lavoro sulla miniera Marlin e si è rivolto, come tanti, ad Amnesty International che ha avviato un’azione in suo favore.

Quest’anno in particolare, Amnesty International, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti umani sta portando avanti una campagna in favore di quelle persone che considera difensori dei diritti umani. Per loro chiede che vengano avviate indagini immediate, imparziali ed esaustive, che vengano identificati i responsabili e che vengano portati di fronte alla giustizia.

Ma le battaglie portate avanti dai difensori dei diritti umani hanno iniziato a dare i loro risultati. Nell’ottobre del 2006 in Honduras la Corte Suprema di Giustizia ha dichiarato incostituzionali 13 articoli della legge mineraria attualmente in vigore ed ha sospeso la richiesta di nuove concessioni in attesa di una nuova legge, impedendo così l’apertura di 350 miniere. La stessa corte, nel giugno dell’anno successivo ha comminato una pesante multa alla Minerales Entre Mares per i danni ambientali causati dalla miniera San Martín che, in conseguenza di ciò, è stata chiusa.

Oggi i danni ambientali causati dalle miniere d’oro stanno diventano sempre più oggetto di studio e di discussione.

In occasione del terzo Forum Sociale delle Americhe tenutosi all’Università San Carlos a Città del Guatemala dal 7 all’11 ottobre 2008, il Tribunale Permanente dei Popoli ha espresso parole di condanna nei confronti di alcune imprese transnazionali di Europa, Stati Uniti e Canada operanti in Centro America che sfruttano in maniera irrazionale le risorse minerarie, contaminano il suolo e le acque, usano pesticidi dannosi alla salute umana, facendo in tal modo scempio di quella che è considerata la “madre terra”. Tra tali imprese compare anche la Gold Corp, accusata di sfruttamento minerario che produce inquinamento ambientale, contaminazione delle fonti d’acqua a causa di prodotti chimici, esplosioni sotterranee che provocano danni alle case degli abitanti della zona, appropriazione di terreni della comunità mediante inganno o minacce.

Sta di fatto che il Tribunale Permanete dei Popoli ha solo un valore morale e non può emettere sanzioni. Però le sue considerazioni possono fare riflettere i cittadini di tutto il mondo che sono anche consumatori.

A differenza dei diamanti, per i quali esiste il metodo Kimberley per stabilirne la provenienza, per l’oro non esiste un processo di tracciabilità. Ciò significa che, allo stato attuale, non si può avere la certezza che un gioiello non contenga oro ricavato con tecniche che danneggino l’ambiente e la salute pubblica.

Allora per il consumatore si pone un serio problema di coscienza.

Ragionandoci su, è facile concludere che senza oro si può vivere benissimo, in un pianeta inquinato, invece, si vive molto male.

(http://www.peacelink.it/latina/a/28601.html)

Franco Mazzarella
Coordinamento America Latina
Amnesty International
Sezione Italiana